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Il nome

BARONA CAPUT MUNDI è un gioco di parole un po’ paradossale, che parte dal vecchio adagio del “tutte le strade portano a…”, ossia sull’idea di un luogo che funga da capitale per un impero (di qualunque impero si tratti). In tempo di crisi ricorrenti (esistenziali, economiche, culturali e chi più ne ha più ne metta) il rischio è quello di far pesare la prevalenza di qualche fantomatica capitale su realtà che a livello locale potrebbero essere altrettanto capitali, focali, strategiche, innovative, caratteristiche, risolutive, regolative.

In tempo di globalizzazione, non ha più senso assumere modelli universali da applicare indiscriminatamente su scale ideologiche ormai insostenibili; si tratta invece di far comunicare i tanti modelli di sostenibilità, sviluppo, aggregazione che il mondo propone, al di là delle grandi sintesi dall’alto.

Barona (ovvero un quartiere milanese che fa quasi fatica a riconoscere la propria identità) può e deve essere la capitale del mondo: di tutto il mondo, con la sua proposta speciale di mescolanze e di risorse. Valorizzare ciò che a livello locale ha mostrato straordinaria vitalità e che dalle sintesi interessate dell’“impero” è stato a lungo soffocato: questo è il senso di BARONA CAPUT MUNDI.

Se Barona è capitale universale, lo è solo perché sa aprirsi alla sua maniera alle lezioni di tutte le altre capitali di un pianeta sempre più votato alla sovranità diffusa.

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